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martedì 6 febbraio 2007

A "scuola" di reality










La globalizzazione rappresenta la sfida fondamentale con cui le economie avanzate devono confrontarsi. Il livellamento verso il basso dei salari e del welfare può essere controbilanciato da politiche orientate alla formazione di forza-lavoro qualificata in grado di fornire gli skills essenziali per servizi ad alto valore aggiunto.

Ma gli enti formativi italiani sono in grado di rispondere a questa richiesta impellente? E, soprattutto, davvero è possibile collocare questi lavoratori iper-qualificati? I ragazzi di oggi hanno capito l’importanza della formazione per raggiungere adeguati livelli retributivi e di soddisfazione professionale?

A dire il vero sembrerebbe che i ragazzi italiani non abbiano a cuore le sorti della propria vita lavorativa. O almeno non comprendono il nesso tra istruzione e futuro lavorativo. Secondo l’ISTAT un giovane su tre si ferma alla licenza media
[1]. E questo dato è corroborato dal fatto che soltanto 8 italiani su 100 possiedono una laurea e che lo spirito di iniziativa imprenditoriale dei giovani italiani si attesta al 7%[2].
I nuovi imprenditori, da un lato non possiedono gli strumenti formativi per accedere al sempre più competitivo mercato globale, e dall’altro mancano di risorse finanziarie importanti, nonché dell’accesso al credito
[3].
Anche se diamo uno sguardo alla cronaca ci rendiamo conto che gli studenti italiani guardano la scuola con distacco, come un posto dove bisogna andare ma che non ha nessun collegamento con lo status o la crescita professionale. L’istruzione non rientra più tra le primissime necessità delle famiglie a reddito medio-basso e con genitori non laureati. Essa è avversato da una mentalità giovanile più avvezza alla goliardia e al bullismo. Dedicarsi durante l’orario delle lezioni ad attività quali giocare con il telefonino, mandare sms o ascoltare musica con l’Ipod è segnale di una profonda mancanza di rispetto nei confronti dell’istituzione scolastica, e di una omissione di sensibilizzazione da parte degli agenti di socializzazione primaria come la famiglia. Ma preoccupa soprattutto l’aumento dei fenomeni di bullismo all’interno delle scuole italiane. Quasi otto ragazzi delle medie su dieci hanno conosciuto da vicino atti di bullismo, o perché ne sono stati vittima, o perché lo hanno subito i loro amici. Per l’antropologo Fernando Nonnis il fenomeno è in crescita ed alla sua base ci sarebbe l’indifferenza, che interessa anche i docenti. Lo psichiatra Emilio Lupo crede che l’uso della nuova tecnologia fa vedere e vivere la vita come se fosse un grande gioco o videogioco. “Come la società della comunicazione ti brucia tutto, così succede per la violenza: ti brucia tutto senza che ti assuma le tue responsabilità. La violenza diventa la risposta ai problemi. Coi ragazzi invece bisogna parlare senza fretta e far capire loro l’importanza delle cose”.
[4]
Ma è colpa soprattutto del Legislatore e del rilassamento dei docenti. Di recente il ministro Fioroni ha proposto un giro di vite sull’uso dei telefonini nelle scuole
[5], ma doveva essere il buon senso dei docenti e degli stessi studenti a prendere la decisione. Il premio nobel James Heckman vede nell'autonomia degli insegnanti sotto il profilo dei programmi di insegnamento e nella flessibilità degli stipendi in funzione della loro capacità, la soluzione del problema educativo[6]. Il nobel Gary Becker ritiene, a sostegno di questa tesi, che quando ci sono una competizione tra le scuole e una reale parità scolastica, viene meno la carriera burocratica che deprime le motivazioni dei docenti più volenterosi.

In passato si pensava, invece, che una scuola omogenea ma di qualità avrebbe potuto diminuire le disuguaglianze sociali e promuovere la mobilità. Ma non è andata così. Chi ha la fortuna di nascere figlio di genitori laureati e benestanti, ha più possibilità di accedere a posizioni lavorative di alto livello rispetto ai figli di operai
[7].

Ma in Italia si assiste ad una curiosa inversione rispetto alle tendenze globali di divisione del lavoro. L’enorme serbatoio di manodopera generica e a basso costo dell’Asia e di altri paesi emergenti, non ha depotenziato l’attività manifatturiera italiana. Di fatto il modello fondato sulle piccole aziende familiari riesce a competere brillantemente con i concorrenti globali[8]. Ma anche le grandi aziende scommettono tuttora sul bacino di manodopera che possono fornire alcune aree italiane. Il paradosso è che oggi ai figli viene consigliato di non intraprendere la tortuosa e rischiosa carriera universitaria, bensì di acquisire esperienza per svolgere al meglio un “mestiere”. E’ frequente che gli operai anche generici percepiscano un salario più elevato rispetto ad un laureato e che abbiano più tutele contrattuali.


Le famiglie meno abbienti hanno effettivamente più avversione al rischio (nel senso di variabilità dei salari) rispetto alle famiglie più agiate. Per i ragazzi svantaggiati, il rendimento della laurea risulta inferiore rispetto ai figli dei laureati, mentre il costo opportunità (in termini di salari perduti per titolo di studio del genitore) è maggiore. È infatti possibile che a parità di titolo di studio, le opportunità di lavoro offerte siano differenziate per famiglia di origine, per esempio grazie alle reti familiari.
Una notevole importanza in questo senso lo riveste il sindacato che, nella sua difesa conservatrice dei diritti di chi è già occupato, ha di fatto creato una casta di intoccabili (soprattutto nella Pubblica Amministrazione
[9]) a danno degli inoccupati e di chi è impiegato con uno dei nuovi contratti previsti dalla Legge Biagi. Il sindacato dovrebbe prendersi cura maggiormente degli svantaggiati e di chi non ha le risorse per inserirsi nel mondo del lavoro anziché dividere l’Italia in una lotta di interessi generazionale tra padri tutelati con un lavoro stabile e figli precarizzati.

Le grandi aziende non lasciano del tutto l’Italia per traslocare in Cina o India poiché qui trovano un terreno più favorevole in termini di infrastrutture, democrazia, risorse qualificate, legalità, volatilità dei marcati finanziari e altro. Tutti questi vantaggi annullano il semplice calcolo aritmetico improntato sul mero costo del lavoro. In realtà ciò che conta è il costo unitario della manodopera, ossia il valore della manodopera occorrente per generare un’unità di prodotto o di servizio. Questo indicatore tiene conto, in ultima analisi, della produttività.
E’ dimostrato che, dove sussistono lavoratori acculturati ed esperti e macchinari di ultima generazione, in presenza di salari anche elevati, i costi unitari della manodopera risultano nettamente inferiori
[10].
La produttività è garantita dalla formazione di buona qualità impartita dagli istituti tecnici italiani. Il sistema formativo italiano “orientato all’appropriatezza
[11], eroga un’istruzione generalista che conferisce allo studente la capacità di apprendere in modo permanente. In seguito l’azienda gli darà tutti gli skills per svolgere al meglio il proprio lavoro.
Resta il fatto che oggi i lavoratori generici stanno prendendo una rivincita nei confronti dei lavoratori più istruiti. Ma al di là di congiunture favorevoli, la produzione è destinata a lasciare i paesi ad alto costo del lavoro per trasferirsi altrove.

Ed in questo contesto che gli studi hanno dimostrato una netta flessione della domanda di forza lavoro semi-qualificata, sia di impiegati amministrativi, sia anche di forza lavoro qualificata per un mestiere specialistico (alle quali i tradizionali interventi formativi erano rivolti). E’ invece aumentato il bisogno di forza lavoro qualificata in modo polivalente e di tecnici. Ma ancor più decisivi sembrano diventati i ruoli di coordinamento, quindi il livello di qualificazione di quadri e management e, per le piccole imprese, la formazione dello stesso imprenditore da un lato, e l’area commerciale (vendita, marketing, relazioni esterne e assistenza al cliente) dall’altro[12]. Per lo più sono settori ad alto turn-over, caratterizzati da alta flessibilità e normati perlopiù da contratti a termine oppure legati ai risultati.

In realtà, infatti, esiste un limite insuperabile alla creazione di risorse qualificate e la loro successiva allocazione. Oggi la stragrande maggioranza dei ragazzi italiani preferisce frequentare un corso di laurea generico-umanistico, piuttosto che uno di carattere scientifico. Le lauree cosiddette “deboli” conferiscono quelle capacità di coordinamento e di managerialità che le società moderne richiedono
[13]. Però, purtroppo, la genericità dei programmi di studio rende poco spendibile questo tipo di titolo nel breve periodo. Vi è da dire che comunque la mansioni di tipo tecnico sono relativamente facili da esportare, per cui il mercato potenziale, anche per questi nuovi laureati, è ristretto.
Sfornare tanti laureati senza creare un tessuto produttivo capace di assorbirli, deprime la forza lavoro e crea tensioni sociali. La globalizzazione, inoltre genera un aumento della disparità dei redditi tra chi può accedere ai capitali e chi no, anche a causa del gap culturale.
Il distacco tra competenze culturali e contesto imprenditoriale è più sfavorevole nel sud rispetto al nord. Diplomati e laureati di queste zone non riescono ad accedere al mercato del lavoro e sono costretti a restare in senza poter vivere quei passaggi all’età adulta indispensabili per la maturità. Ciò stimola la creazione di una spirale viziosa che non permette la formazione di ulteriori imprenditori. In un rapporto della Banca Mondiale una giovane giamaicana mette a fuoco il senso di impotenza e insicurezza che la povertà infonde nelle persone: “La povertà è come vivere in prigione in schiavitù, in attesa di essere liberati
[14].
E’ proprio questa voglia di liberarsi dalle catene dell’indigenza che spinge gli studenti dei paesi in via di sviluppo verso una maggiore responsabilizzazione. Essi vivono l’istruzione come un mezzo per ottenere riscatto sociale.

Nella società italiana la situazione è, però, profondamente diversa. La carnevalizzazione della vita quotidiana, in cui regna l’irrisione, il capovolgimento, il bizzarro, egemonizza i rapporti sociali e l’immaginario collettivo[15]. Oggi la cultura dominante (e tollerante fino al punto in cui nulla del suo potere viene messo in discussione), può comportarsi come la televisione, ritenendola definitivamente perduta per il compito di rischiarare le tenebre dell’ignoranza[16]. Tutta la nostra società è come il Carnevale, perché tutto è riconoscibile a casistica fissa, come le maschere della commedia dell’arte. L’irregolarità non è più provocatoria ma “ammaestrata”: “la società è l’istituzionalizzazione del carnevale, e il quotidiano ne viene assorbito e addomesticato”[17].
Tale deriva comunicativa è strumentale all’esigenza dei media e della produzione di indurre le persone a desiderare mondi possibili e, quindi, a consumare.
Il reality, che altro non è che una grande sit-com, instilla nelle menti degli adolescenti (e forse anche in quelle di molti adulti) una poco razionale mentalità sedotta dal “tutto e subito”.
Arricchirsi in modo semplice e soprattutto, senza meriti, è ormai aspirazione di molti. La scuola non è perciò funzionale a questo tipo di società.

[1] Un ragazzo su tre si accontenta della licenza media. Il 31,7% dei giovani si ferma alla scuola dell' obbligo, rinunciando a proseguire gli studi, con il meridione che si aggiudica il primato della scolarizzazione ai minimi livelli. Mentre il record di laureati non si trova più al Centro-Sud ma al Nord. Lo afferma un'anticipazione di TuttoscuolaNews, che ha elaborato dati dell'Istat sul censimento 2001. Da Repubblica.it del 06/02/2005
[2] In Italia - commenta il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli - i giovani si avvicinano tardi al mondo del lavoro. Per aprire un'attività imprenditoriale servono idee, creatività, voglia di rischiare, doti che sicuramente sono nel Dna dei nostri ragazzi in dosi massicce. Ma servono anche risorse economiche e competenze specifiche (tecniche e manageriali). Ciò significa che sono necessari strumenti, anche finanziari, di affiancamento e sostegno soprattutto nella fase di start up e di trasformazione dell'idea in impresa. E serve anche, e questo è un percorso per fortuna già iniziato, un progressivo avvicinamento del mondo della scuola a quello dell'impresa. Fonte Unioncamere-Infocamere, Movimprese. Da Corriere.it del 13/01/2007
[3] Molti si chiedono come possa formarsi una sana classe imprenditoriale se, secondo le statistiche, i consumatori di cocaina sono in fortissimo aumento, soprattutto nel ceto medio-alto. Giuliano Amato ha lanciato l’allarme: “In Italia c’è un consumo gigantesco di cocaina, una domanda spaventosa di cocaina”, da Corriere.it del 02/02/2007.
[4] Bullismo in crescita. Il germe della violenza, 04/02/2007 da l’Unita.it
Secondo la psicologa Donata Francescato il fenomeno del bullismo è l’anticamera dell’ultrà. Il bullismo sarebbe legato al fallimento scolastico e alla mancanza di figure di contenimento come gli insegnanti di sesso maschile.
[5] Da Corriere.it del 29/01/2007.
[6] Giorgio Vittadini, Non c’è futuro senza una buona scuola, da Formiche.net del 01/02/2007.
[7] Daniele Checchi, Carlo Fiorio, Marco Leopardi, Uguali perché mobili, La Voce del 15/01/2007.
[8] Come dimostra la recente indagine Ucimu, le piccole imprese italiane sono ormai leader dell'automazione. Da Ilsole24ore.com del 07/02/2007.
[9] Pietro Ichino, A che cosa serve il sindacato? Le follie di un sistema bloccato e la scommessa contro il declino,2005.
L’autore ripropone, come in una cronaca giornalistica, emblematiche vicende del difficile stato delle relazioni sindacali nell'Italia contemporanea: dal caso dell'Alitalia, dove le hostess sembrano ammalarsi a comando per scioperare anche quando è proibito, a quello del ministro del lavoro che appoggia il sindacato che le organizza; dalle agitazioni che interessano due volte al mese ferrovie e trasporti urbani alla vicenda degli uomini radar, che scioperano anche perché durante lo sciopero non perdono la retribuzione.
Pietro Ichino, I nullafacenti. Perché e come reagire alla più grave ingiustizia della nostra amministrazione pubblica, 2006. Ichino illustra il progetto dell'istituzione di organi indipendenti di valutazione (0IV) capaci di stimare l'efficienza degli uffici pubblici e dei loro addetti, per consentire il licenziamento nei casi più gravi, ma anche l'aumento delle retribuzioni dei dipendenti che lavorano per due.
Pietro Ichino, Per rompere il circolo vizioso, La voce.info del 06/02/2007 e Tito Boeri, Giuseppe Pisauro, La via burocratica alla produttività, da La Voce.info del 06/02/2007.
[10] Suzanne Berger a altri autori, Mondializzazione: come fanno per competere?, 2005. Si veda anche Antonio Cobalti, Globalizzazione e istruzione, 2006.
[11] Secondo Regini i sistemi di istruzione e di formazione professionale sono di due tipi. Il primo può essere caratterizzato come “orientato alla ridondanza” (Modello Renano), cioè capace di, e mirato a, produrre un’offerta di lavoro qualificato sovrabbondante, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, rispetto alla domanda effettiva (Rhone-Alpes, Baden-Wurttenberg). Il secondo tipo di sistema educativo e formativo può essere definito come “orientato all’appropriatezza” (Modello Latino), ovvero al relativo adeguamento ex-post ai bisogni esplicitamente avvertiti dalle imprese, anziché alla capacità di anticiparli (Lombardia, Catalogna). Marino Regini, Modelli di capitalismo, 2000.
[12] Ibidem.
Aris Accornero ritiene che il lavoro oggi è diventato meno maschile-rigido-esecutivo-performativo, e più femminile-fluido-cognitivo-relazionale. I contenuti sono meno manipolativi e più cognitivi, i compiti sono meno esecutivi e più cooperativi, le attitudini sono meno specializzate e più polivalenti. Inoltre il concetto di servizio è diventato una coordinata della produzione. Aris Accornero, Era il secolo del Lavoro, 1997. Si veda anche Jeremy Rifkin, La fine del lavoro, 1996.
[13] Maurizio Sacconi e Michele Tiraboschi, Un futuro da precari?, 2006. Il percorso universitario ha senso a condizione che non sia una scelta scontata o, peggio, subita passivamente. Non tutte le lauree sono uguali, così come neppure tutte le università sono uguali. Una scelta responsabile e consapevole richiede un adeguato orientamento e una corretta informazione. Eppure i nostri ragazzi hanno un’insana inclinazione a concentrarsi nelle lauree “deboli” e a scegliere una sede universitaria “comoda”.
[14] Joseph E. Stiglitz, La globalizzazione che funziona, 2006.
[15] Michail Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, 1965.
[16] Gian Paolo Caprettini, La scatola parlante, 1996.
[17] Umberto Eco, Tutto è segno, ma il segno è tutto?, in Tuttolibri n.5 del 29/04/1975, intervista rilasciata a Furio Colombo.

lunedì 18 dicembre 2006

L'Opinione in copertina

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Quest’anno la “Persona dell’Anno”, secondo la rivista americana Time[1], è l’Informazione. Quella con la I maiuscola. E’ l’informazione libera, destrutturata, liberalizzata. I blogger sono gli uomini dell’anno 2006 e, più in generale, è la nuova utenza Internet 2.0[2] a salire alla ribalta.

Un riconoscimento del genere probabilmente in Italia può sembrare esagerato. Ma nella realtà USA sta prendendo forma un’informazione alternativa di qualità che tende a scalzare il mass-media tradizionale. Ognuno di noi può creare un blog, ognuno di noi può gestirlo e aggiornarlo. Ma non tutti sono in grado di riempirlo di contenuti accattivanti.
Umberto Eco ritiene che “un quotidiano serve ormai a fasciare di opinioni i fatti
[3]. Ed infatti, grazie alle nuove tecnologie, un quotidiano, ma anche un telegiornale, quando esce è già vecchio.
Questi devono allora aggiungere approfondimenti, analisi e reportage per vendere il loro prodotto.
Il blog nasce di per sé come diario personale, ed è così che molti ancora lo considerano. Ma basta entrare nel sito di Beppe Grillo
[4] per rendersi conto che un blog può essere molto di più. Esso è una pagina elettronica accessibile a tutti e dai bassissimi costi di gestione. Beppe Grillo è editore di se stesso ed interpreta la realtà a modo suo, sfruttando, perché no, la sua notorietà. Diventa sempre più sottile la distinzione tra un autorevole blog e la stampa tradizionale. Tra i miei Preferiti, ad esempio, Daniel Pipes è nella stessa cartella del Corriere.
La stampa tradizionale è stata mitizzata da Orson Welles in Citizen Kane,
[5] ed è considerata da sempre il cane da guardia della democrazia. La libertà di stampa è un indice importante di valutazione della salute di una democrazia. La stampa, e con essa tutti i mezzi di comunicazione di massa, possiede la capacità di influenzare i propri spettatori e condizionarli ad un livello più o meno profondo.
Marco Travaglio scrive che mentre in America il giornalismo è da sempre il cane da guardia della democrazia, "in Italia è il cane da compagnia. O da riporto". Ed inoltre: "nel mondo politico e in gran parte del giornalismo italiano si assiste da tempo a un fenomeno: la scomparsa dei fatti. Oggi sono spesso le opinioni a trasformarsi in fatti. In un paese dove lo scontro ideologico è diventato la prassi, gli esempi di questa situazione abbondano ovunque. Nella coscienza collettiva si radicano fatti che non sono mai stati tali"[6].

Non è necessario che un giornalista scriva esplicitamente ciò che pensa su un fatto per condizionare il suo lettore, anche perché la strumentalizzazione sarebbe troppo evidente. È sufficiente descrivere solo un lato della verità, trascurare alcuni fatti in favore di altri, insistere oppure no su un determinato argomento.
Partendo da tale presupposto Jacques Chirac ha deciso di creare un‘alternativa all’informazione di stampo anglosassone per proporre la voce della Francia nelle questioni internazionali con France24. Al Jazeera fonda il suo vantaggio competitivo sulla diversa interpretazione degli avvenimenti, visti in chiave araba. La recente apertura di Al Jazeera English renderà ancora più visibile questo fenomeno.

La stampa soffre di alcuni mali, tra i quali il fatto di dover rendere conto ad un editore. Il Blog, invece, è libero. Non ha potentati economici da difendere, né capo-redattori. Il blog liberalizza l’opinione. Da sempre i fatti vengono canalizzati e lavorati da strutture editoriali. La massa tende a fagocitare le opinioni dall’alto, impigrendosi. Con la struttura a rete e senza costi, si supera questa fase e si entra in una nuova concezione di opinione. Questa diventa mobile, libera, di facile accesso e di facile costruzione L’unico vero problema consiste nella difficoltà ad acquisire visibilità.

Quanto influisce la struttura reticolare dei blogger sulle democrazie contemporanee?
Negli Usa molti autorevoli blog hanno messo in ginocchio l’Amministrazione Bush nell’ultimo voto di Mid-Term. Ma il fatto che ognuno è in grado di produrre opinione non vuol dire che si è entrati in una democrazia partecipativa in cui, per ogni singola tematica, gli elettori decidono a maggioranza. Si sta parlando in realtà di un mutamento dei rapporti tra amministratore e amministrato. Con YouTube è possibile mettere in rete e rendere visibili fatti altrimenti privi di conoscibilità. Qualsiasi gaffe, esternazione, presa di posizione, insulto razzista, può essere portato dinnanzi ai riflettori. E’ ancora presto per dire se sia giusto o sbagliato. E’ probabile che alla lunga saremo assuefatti e non faremo caso ad un capo di Stato che nega l’olocausto, ad esempio. Inoltre anche la moralità è mobile. Ciò che è immorale oggi, può essere segno di ammirazione domani.

Anche le tecnologie web 2.0 tendono a centralizzarsi costituendosi in una tipica struttura broadcasting. I blogger, per ottenere notorietà, hanno bisogno di scalare Google e per farlo devono produrre contenuti fruibili dalla comunità che provvederà a sentenziarne il successo o l’oblio. Per velocizzare questa procedura gli autori di blog mettono in condivisione i loro “post” nei cosiddetti “aggregatori”. Questi sono dei raccoglitori di articoli da tutti i blog della rete. Molto spesso sono scelti dalla Redazione dell’aggregatore stesso (come accade in Libero Blog), ma molte altre volte la partecipazione è libera in questa sorta di “giornale della rete”. YouTube si configura come un aggregatore di video prodotti da chiunque nella rete possieda un mezzo di registrazione come un telefonino. Google e YouTube sono concentrazioni monopolistiche di contenuti e come tali potrebbero inficiare il buon funzionamento della Rete, soprattutto se porranno dei paletti, dei limiti, delle regole di notiziabilità, delle regole di interpretazione dei fatti e delle parole sui motori di ricerca o sulle voci di Wikipedia. Il loro modello imprenditoriale è la vera essenza del boom delle dot.com di inizio millennio. Essi, infatti, offrono gratuitamente i loro prodotti, i video e il motore di ricerca. Entrambi guadagnano grazie agli elementi periferici che circondano il prodotto principale. Un po’ come fa la TV commerciale che vende agli inserzionisti pubblicitari l’attenzione del pubblico. La vera differenza sta nel fatto che chiunque riesca a trovare il modo di spingere la gente a visitare un sito ha creato una comunità, e l’accesso alla comunità è una merce che ha un valore[7]. A livello semiotico, invece, YouTube è l’opposto della televisione, ed è questo il motivo del suo successo. “Non c’è estetica né palinsesto. Un video sul nostro inconscio collettivo”, dice Sam Anderson, critico della rivista americana Slate.




[1] E’ il giornalista Lev Grossman a conferire il nuovo scettro con motivazioni che inneggiano alla capacità di afferrare le redini dei media globali, fondare la nuova democrazia e battere i professionisti di sempre sul loro campo.
[2] Il concetto di Web 2.0 pone l’accento sulle capacità di condivisione dei dati tra le diverse piattaforme tecnologiche, sia hardware che software. filo conduttore è una nuova filosofia all'insegna della collaborazione. Il Web 2.0 è interazione sociale realizzata grazie alla tecnologia. I servizi e gli strumenti del Web 2.0 trasformano ogni utente da consumatore a partecipante, da utilizzatore passivo ad autore attivo di contenuti, messi a disposizione di chiunque si affacci su Internet, indipendentemente dal dispositivo che utilizza. Le applicazioni più diffuse del Web 2.0 sono: i blog, i wiki, i social network, i podcasting, i vodcast. Da www.microsoft.com.
[3] Da la Bustina di Minerva pubblicata sul sito de L’Espresso del 13 Dicembre 2006, intitolato “Giornali senza firma”. Nella Bustina di Minerva del 16/08/2006 intitolata Dove mandare i poeti?, il grande semiologo espone i rischi di un'eccessiva proliferazione di contenuti "inerti" e di blog sdi esibizionisti nella Rete.
[4] Grillo è conduttore di un blog, tra i primi 20 del mondo secondo Technorati (arrivando a contare una media di 150.000 - 200.000 contatti al giorno). Grillo vi gioca il delicato ruolo di "capo opinionista", che interpreta non senza auto-ironia. Il 14 dicembre 2005 il blog ha vinto il Premio WWW come miglior sito internet italiano nella categoria "news e Informazioni". Nello stesso mese il settimanale statunitense Time lo ha eletto tra gli eroi europei dell'anno per gli sforzi e il coraggio nel campo dell'informazione pubblica. Da Wikipedia.org.
[5] Orson Welles, Citizen Kane, 1941. Il film è liberamente ispirato alla vita del magnate statunitense William Randolph Hearst.

lunedì 27 novembre 2006

Dalle periferie del Basso Impero

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[1]
L’impero romano
è caduto a causa di un mix di contraddizioni endogene e dalla crescita demografica dei popoli barbari. Le prime hanno causato l’indebolimento del nucleo stesso dell’espansionismo romano come l'esercito e l'Imperatore. Dall’esterno invece molti popoli conquistati crescevano e covavano voglia di riscatto. Copiando le tecnologie ed usando le vie di comunicazione dei Romani, questi popoli hanno messo in ginocchio l'Invasore[2]. L’impero Americano di cui l’Europa è un’importante periferia potrebbe seguire lo stesso destino.


Ultimamente mi sono imbattuto in un sito divertente. Probabilmente in un prossimo futuro quest’idea avrà un successo milionario simile a quello di YouTube. Credo che sia interessante soprattutto per i blogger in cerca di notorietà, i cosiddetti “egonauti”. Il sito si chiama GoogleFight e permette di effettuare sfide tra due termini presenti in Internet per scoprire il più citato o linkato, quindi il più famoso. Curiosamente Ségolène Royal, la vincitrice delle primarie per la scelta del candidato premier in Francia, ha ottenuto più occorrenze di Mahmoud Ahmadinejad, il presidente iraniano (3.480.000 a 1.420.000). I motivi possono essere tanti: la difficoltà di scrivere correttamente “Ahmadinejad”, il numero di internauti europei rispetto ai medio-orientali, il provincialismo europeo rispetto ai temi di importanza planetaria, la frivolezza della novità. Di certo fà riflettere il fatto che un leader di una importante potenza regionale così al centro dell’attenzione geopolitica internazionale sia meno citato di una signora che ha sì vinto le primarie in Francia, ma che in fin dei conti non è ancora nessuno (forse lo sarà dopo le Presidenziali del 2007).

Mark Steyn al contrario avrebbe sostenuto che anche questo è un epifenomeno della tendenza alla “femminilizzazione” della civiltà europea. Nel suo ultimo libro[3] Steyn sostiene che la minaccia islamista è la sfida più importante per l’Europa. L’autore punta il dito contro il retaggio dei due totalitarismi (fascista e comunista) nel Vecchio Continente. Traumatizzati dal fascino elettorale esercitato dal fascismo, nella fase successiva alla Seconda guerra mondiale, gli Stati europei furono costruiti in modo dirigenziale "per isolare quasi del tutto la classe politica dalle pressioni populiste". Con la conseguenza che l'establishment "arrivò a considerare gli elettori alla stregua di bambini". In secondo luogo, la minaccia sovietica durante la Guerra Fredda indusse la leadership americana, intollerante delle deboli reazioni dell'Europa (e del Canada), a prendere di fatto le sue difese. Questa politica benevola e lungimirante portò alla vittoria del 1991, ma sortì altresì l'involontario e meno salutare effetto collaterale di rendere disponibili degli stanziamenti europei per costruire uno stato sociale.
Questi processi hanno portato alle seguenti conclusioni:
- Lo stato ipergarantista ha trattato in modo infantile gli europei, incutendo in essi timori in merito a pseudo-questioni come il cambiamento climatico, femminilizzando al contempo gli uomini.
- Esso, inoltre, li ha inibiti sottraendo loro "la maggior parte delle fondamentali funzioni di adulti", a partire dall'istinto di riproduzione. Dal 1980 circa i tassi di natalità sono crollati, lasciando una inadeguata base previdenziale per i lavoratori.
- Strutturato sulla base di un sistema teso a limitare le spese al reddito effettivo, esso equivale a uno schema di Ponzi intergenerazionale
[4]
, dove i lavoratori odierni dipendono dai loro figli per le pensioni.
- Il crollo demografico implica che i cittadini autoctoni di paesi come la Russia, l'Italia e la Spagna si trovano all'inizio di una spirale da mortalità di popolazione.
- Esso ha portato a un crollo della fiducia che a sua volta ha generato un "esaurimento di civiltà" lasciando gli europei impreparati a lottare per il loro modo di vita.

Innanzitutto voglio esprimere il mio dissenso su un assunto di Steyn. Non credo che il cambiamento climatico sia uno pseudo-problema da “femminucce”. Anzi, ritengo che questa tematica è centrale ed influenzerà i rapporti di forza tra le potenze mondiali. Ritengo inoltre che una Rinascita del sentimento ambientalista simile al Rinascimento Italiano del XV secolo, possa determinare un ritorno in auge dell’Europa. Prima o poi infatti anche i cosiddetti paesi in via di sviluppo (Cina ed India su tutti) dovranno adeguarsi alle normative stabilite dal Protocollo di Kyoto e confermate dalla recente Conferenza di Nairobi. L’Europa possiede già il know-how ed il rispetto della natura necessari a guidare gli altri paesi.

Nel mese di Novembre 2006 ci sono state diverse ricerche di istituti italiani che confermano queste ipotesi di decadenza.
- Gli italiani non vogliano studiare le lingue chiudendosi in una sorta di autarchia culturale paradossale in piena globalizzazione dei mercati; inoltre l’uso delle lingue è ritenuta inutile per il 26% delle piccole imprese (ricerca condotta da Letitfly, organismo che si occupa delle ricerche sulla formazione linguistica degli italiani per conto del ministero del Lavoro, e dal Censis).
- Secondo il Cineas (consorzio universitario per l'ingegneria nelle assicurazioni), le paure degli italiani sono soprattutto emotive e non reali.
- Giovani sfiduciati, in cerca di protezione, ma con una visione del futuro che è come un campo aperto, pronti quindi a ogni possibilità, convinti che nessuna scelta sia per sempre. Dal Sesto Rapporto dell'Istituto IARD sulla condizione giovanile in Italia, presentato al Ministro per le Politiche Giovanili e le Attività sportive Giovanna Meandri emerge che "siamo di fronte ad un marcato senso di appagamento materialistico nelle giovani generazioni”.
- Gian Maria Fara, presidente dell'Eurispes riassumendo il 7° Rapporto Nazionale sulla Condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza realizzato da Eurispes e Telefono Azzurro, spiega che l'esigenza di un mondo migliore e di una società più giusta, che aveva plasmato le generazioni precedenti, è molto meno avvertita dai giovani di oggi. La politica non sembra essere in grado di proporre progetti, alimentare sogni, indicare prospettive di una società migliore. L'impossibilità della politica di proporsi in termini di progetto è percepita significativamente dai giovani".

Carroll Quigley, nella sua periodizzazione dell’evoluzione delle civiltà storiche, sostiene che il decadimento porta alla fase dell’invasione “quando la civiltà non è più capace di difendersi perché non ha più la volontà di difendersi, e si offre prostrata agli “invasori barbari”, spesso provenienti da un’altra civiltà, più giovane e più potente[5]. Come visto sono molti i segnali di questo processo di decadimento valoriale dell’Occidente.

Samuel P. Huntington afferma che il degrado morale più spesso rilevante comprende: l’aumento di comportamenti anti-sociali quali atti criminali, uso si droga e violenza in generale, decadimento dell’istituzione della famiglia (divorzi, figli illegittimi, famiglie monoparentali), declino del “capitale sociale” (associazioni di volontariato) e della fiducia interpersonale, indebolimento dell’”etica del lavoro” e la nascita di un culto dell’auto-indulgenza, minor impegno culturale (abbassamento del rendimento scolastico e scelta di facoltà umanistiche)[6].


Tale ragionamento rischia di ricadere sulle sabbie mobili di un relativismo culturale mai sopito. Ciò che i diversi autori imputano alla sfera del degrado dell’Occidente può infatti essere visto come una conquista in chiave emancipativa. Il pacifismo, i Pacs, i diritti dei gay, il narcisismo maschile per citarne alcuni, sono davvero una minaccia per l’integrità delle nostre culture?

La questione centrale è se esiste un’analogia tra il declino dell’Impero Romano con Roma al centro e il sempre più marcato indebolimento dell’egemonia occidentale con gli Stati Uniti come paese guida.
A mio avviso il parallelismo esiste. Il periodo attuale è caratterizzato da un allargamento dei centri di potere, dall’ascesa di popoli demograficamente potenti (cinesi e arabi), crescente insicurezza e zone franche prive di legislazione. Nasce un nuovo medio-evo in cui nuovi principi sfoggiano armi micidiali per evitare di essere a loro volta attaccati (Nord Corea ed Iran su tutti), in cui i regnanti si affannano a ricercare legittimazione da Dio per ottenere il consenso delle masse. La lingua inglese si volgarizza e rifioriscono idiomi connessi alle economie emergenti.

I ricorsi storici possono venirci in aiuto. Un nuovo Rinascimento Occidentale caratterizzato dal ritorno in auge di vecchi popoli che possiedono la Storia e la Cultura per superare le contraddizioni del presente. L’Europa è molto attenta al problema ambientale. Probabilmente questa tematica sarà centrale nel dibattito politico e tecnologico mondiale e l’Europa sarebbe pronta a prendere le redini di un nuovo corso storico.
Le civiltà che sopravvivono, infatti, sanno imparare dai propri errori.


[1]
Citando un celebre testo di
Giorgio Bocca, Basso Impero, 2003. Secondo l’autore Grazie a un’inedita mistura di fondamentalismo religioso e fondamentalismo economico, la superpotenza globale di Gorge W. Bush procede, tra lo stupore dell’Europa e del mondo, ad attuare il suo disegno di conquista economica e controllo militare. Ma lo stupore, argomenta Bocca, non ha ragion d’essere: il modello democratico americano è sempre stato fin dai suoi inizi legato alla ricchezza, vista come premio divino, e alla conquista, assai poco sensibile invece alle tematiche sociali e all’egualitarismo, a differenza dell’Europa, nella quale non solo la sinistra ma anche la destra ha sviluppato nel tempo una sensibilità sociale. Il fatto nuovo è la progressiva caduta delle giustificazioni, dei pretesti di cui si ammantava.
[2] Per un approfondimento della caduta dell’Impero Romano si consulti la monumentale opera di Edward Gibbon,
The History of the Decline and Fall of the Roman Empire, vol. I, 1776; vols. II,III, 1781; vols. IV,V,VI, 1788. Gibbon sostiene che la caduta dell’Impero sia da imputare a diversi fattori. Il più determinante fu senz’altro la rilassatezza del popolo romano di fronte all’ardore dei popoli barbari. Gibbon ritiene che i romani siano diventati col tempo “effeminati” e pacifisti. Anche il culto cristiano ha influito sul processo di decadenza per via della credenza che esista una vita migliore dopo la morte. Si veda anche Peter Heather, La Caduta dell’Impero Romano, 2006.
[3] Marc Steyn, America Alone: The End of the World as We Know, 2006.
[4]
Ponzi era un furfante che fece fortuna col metodo che porta il suo nome, sfruttando la bolla immobiliare in California. Il meccanismo è semplice. Un tizio vi consegna 100 euro. Lo rimborsate con i 200 euro di altri due tizi che ne depositano 100 ciascuno dopo di lui. Questi ultimi due gonzi li rimborsate con i 400 euro versati dai quattro gonzi che arrivano eccitati dai racconti del primo gonzo. E’ chiaro che quest’ultimo, sbalordito per il fatto di essere stato pagato, rientra ben presto nella catena. Se il fenomeno si espande a valanga, quelli che entrano nella catena continuano ad aumentare. La bolla scoppia se uno dei felici vincitori non rientra. Alla fine guadagna chi lascia la nave in tempo (Sindrome del Titanic). Si veda Bernard Maris, Antimanuale di Economia, 2003.
[5]
Carroll Quigley, The Evolution of Civilization: An Introduction to Historical Analysis, 1961. Quigley individua un modello comune di evoluzione delle civiltà. La civiltà occidentale iniziò a formarsi gradualmente tra il 370 ed il 750 d.C., attraverso la commistione di elementi delle culture classica, semitica, saracena e barbarica. A un periodo di gestazione, protrattosi dalla metà del VIII alla fine del X secolo, seguì un movimento oscillatorio, inusuale tra le civiltà, tra fasi di espansione e fasi di conflittualità. L’Occidente appare oggi sul punto di uscire da una fase di conflittualià diventando un’area sicura, preludio del declino. Le civiltà crescono poiché possiedono uno “strumento di espansione”, vale a dire un’organizzazione militare, religiosa, politica o economica che accumula eccedenze e le investe in innovazioni produttive. Le civiltà declinano quando cessano di applicare queste “eccedenze” a nuovi modi di fare le cose. Sul caso americano si vedano anche
Paul Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, 1987 e le ultime opere di Shmuel N. Eisenstadt.
[6]
Samuel P. Huntigton, The Clash of Civilizations and the Remarking of World Order, 1996.