sabato 6 gennaio 2007

Fascismo o richiesta di autonomia?

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Una delle ragioni del crollo di una personalità risiede nell’incapacità di assorbire le distinzioni. La mancanza assoluta del senso di sintesi e comprensione dell’altro sono alla base della fanatismo e del manicheismo, così come di altre malattie della mente quali ad esempio le manie di persecuzione[1].

Spesso questa implosione nella propria interiorità produce solipsismo e conseguentemente lo “strumento di espansione”, vale a dire un’organizzazione militare, religiosa, politica o economica che accumula eccedenze e le investe in innovazioni produttive, viene a mancare. Secondo Carroll Quigley, infatti, le civiltà declinano quando cessano di applicare queste “eccedenze” a nuovi modi di fare le cose.

Anthony Robbins, divide il modo di percepire gli eventi da parte delle persone in varie categorie attraverso “meta-programmi[2]. Tra questi vi è la classificazione tra persone “adeguanti” ossia coloro che vedono soprattutto le somiglianze tra concetti, pensieri, idee, forme, fatti, e i “disadeguanti” che scorgono in larga parte le differenze. La ricchezza dell’incontro con il diverso si perde per gli adeguanti che fanno ricorso a schemi referenziali specifici della loro cultura e del loro ambiente. Essi, come i neo-con americani, osservano fatti di sangue che hanno una storia millenaria alle spalle e li interpretano come esempi di fascismo applicato al nuovo millennio, come un’altra dittatura da cancellare. Manca la consapevolezza che gli eventi tendono a ripetersi, ma gli uomini cambiano con l’evoluzione della storia. A episodi simili gli uomini reagiscono in modo diverso anche se magari si giunge a conclusioni paragonabili.

Se prendiamo l’ascesa geopolitica dell’Iran[3] e l’atteggiamento spregiudicato del suo leader, Mahmoud Ahmadinejad, di certo possiamo trovare analogie con i primi anni di Adolf Hitler. L’arrendevolezza dell’Europa tende a farci pensare alla politica remissiva dei vari Chamberlain e Daladier. Ma per il resto tutto cambia. Ahmadinejad non è un dittatore ma è stato eletto con voto democratico. Non professa nessuna ideologia ma inneggia alla sua religione. Rivendica un posto sul palcoscenico del nucleare, come Israele. Hitler era a capo di una nazione mentre il mondo islamico conta un miliardo di persone con un gran numero di nazioni sparse su tutto il globo. Molte nazioni hanno regimi autoritari ma altri hanno accettato la democrazia e sono moderati. Insomma si tratta di un’altra analogia stonata nonostante credo che sia giusto non tollerare certe dichiarazioni[4] e alcune manifestazioni come l’incontro internazionale negazionista dell’11 e 12 Dicembre 2006.

Paul Berman è l'intellettuale di sinistra che ha spiegato ai suoi compagni che la guerra al terrorismo arabo-musulmano è l'ultima tappa delle due guerre contro i totalitarismi che l'Occidente ha combattuto nel secolo scorso, quella contro il nazifascismo e quella contro il comunismo. Stiamo vivendo un periodo rivoluzionario ­ dice Berman. In 19 mesi due feroci dittature sono cadute e una terza, la più importante, è in crisi. L'effetto domino funziona, il totalitarismo musulmano ha subito sconfitte devastanti. In così poco tempo due, quasi tre, paesi di fila sono stati liberati. E poi c'è lo scontro all'interno dell'Autorità palestinese. Non sappiamo come andrà a finire, ma in Afghanistan c'è uno Stato che pur limitandosi alla città di Kabul è in mano a un liberale come Hamid Karzai. In Iraq non c'è ancora uno Stato ma per la prima volta c'è speranza, e in Iran siamo al primo stadio di una rivoluzione liberale". Berman davvero non si spiega come gli italiani e i tedeschi possano pensare che la democrazia non debba essere importata. Tanto più, dice, che l'oscurantismo islamico, quel mix nazi-comunista che ha governato il Medio Oriente in questi 50 anni, è esso stesso un'importazione: "Il vero pericolo non è solo al Qaida, ma il culto della morte e del suicidio come atto di ribellione alla società borghese. E' un'idea nata in Occidente, scritta nelle poesie di Baudelaire e nei libri di Dostoevskij, e diventata poi movimento di massa, con il fascismo, il franchismo, il nazismo e il comunismo. In Occidente è stata sconfitta, ma è stata esportata nel mondo islamico e li si è sviluppata"[5].

Ma vi sono davvero delle analogie tra la presunta rivoluzione nazi-comunista islamica e la la rivoluzione mondiale paventata all’inizio del XX secolo?

Eric J. Hobsbawn sostenne che la Rivoluzione d’Ottobre era figlia del malessere della società di quel tempo che cercava un’alternativa. “Sembrava che bastasse soltanto un segnale perché il popolo si sollevasse, sostituisse il capitalismo con il socialismo e trasformasse così le sofferenze insensate della Guerra Mondiale in qualcosa di positivo: le sanguinose doglie e le convulsioni che accompagnavano la nascita di un mondo nuovo. La Rivoluzione russa o, più precisamente, la rivoluzione bolscevica dell’Ottobre 1917, intendeva dare al mondo questo segnale”[6]. Secondo Hobsbawn “la politica internazionale di tutto il Secolo Breve dopo la Rivoluzione d’Ottobre può essere compresa nel modo migliore se la si interpreta come una battaglia secolare condotta dalle forze del vecchio ordine contro la rivoluzione sociale, ritenuta un processo legato alle fortune dell’Unione Sovietica e del comunismo internazionale”.

Sarebbe lecito supporre quindi che il segnale di questa nuova rivoluzione islamica sia stato l’attacco terroristico dell’11 Settembre 2001. La nascita di
Al Qaeda e l’ascesa di Ahmadinejad sono i corollari mentre il malessere delle società medio-orientali nasce dai secoli di sottomissione imperialista delle potenze occidentali, dalla riconfigurazione artificiosa dei confini e l’instaurazione di governi-fantoccio. Il boom demografico ed il potere derivante dal petrolio rende ancora più calda la situazione[7].

Ma c’è di più. Per Berman quella in corso è una rivoluzione mondiale di stampo fascista[8]. Egli considera il culto della morte come elemento imprescindibile alla base di ogni terrorismo e analizza (nello specifico dell’Islam) la radicalizzazione dell’odio nei confronti dell’occidente e la sua mutazione nella storia. Berman spiega come sia insito nel terrorismo islamico l’odio e l’anelito distruttivo per le conquiste liberali dell’occidente: la libertà d’espressione, di pensiero, le conquiste tecniche, le sperimentazioni e così via. Ma c’è dell’altro: alla base di tutto infatti, ancor prima dell’odio per i nostri valori liberali, ci sta il mito primordiale (presente per la nostra cultura cristiana ne l’Apocalisse di Giovanni) “che da una parte vede un popolo probo e giusto, dall’altra una cospirazione cosmica di nemici stranieri e forze interne inquinanti che lo opprime, imponendogli di scatenare una guerra di sterminio: una titanica lotta mitologica di liberazione”. Secondo Berman questo mito era alla base dei totalitarismi novecenteschi ed ora dell’Islam: “Condividono un’utopia: il ritorno all’età dell’oro del passato, rielaborata in versione ‘futurista’.
Mussolini e Hitler desideravano ricreare l’apoteosi dell’impero romano. Franco mirava a riesumare l’era delle crociate cattoliche del Medio Evo con il suo movimento di guerrieri di Cristo Re. Lo scopo dei jihadisti islamici è restaurare l’età dell’oro del califfato del Settimo secolo”. L’autore elenca sei motivi a suffragio della sua teoria
[9]:
-Siccome
George W. Bush è un uomo politico con un effetto respingente fuori dal comune, e il senso di repulsione nei suoi confronti ha accecato molta gente in America e nel resto del mondo, impedendo di vedere realtà politiche e sociali. Questo è un esempio moderno, tipico dell’era televisiva, di ciò che un tempo si chiamava “falsa coscienza”.
- Molta gente di sinistra ha deciso a priori che tutti i problemi del mondo derivano dall’America. E con questo atteggiamento avrebbe giustificato anche Mussolini, sessanta o settant’anni fa.
- Molta gente di sinistra presume che qualsiasi movimento anticoloniale vada ammirato o, quanto meno, accettato, anche un movimento come il
partito Baath, fondato nel 1943 sotto influenza nazista.
- Molta gente di sinistra, nello sforzo benevolo di rispettare le differenze culturali, ha deciso che agli arabi debba piacere vivere sotto le dittature e che non siano capaci di nient’altro, mentre in questa visione gli arabi liberali e democratici non sono da considerare arabi autentici. Vale a dire che molta gente di sinistra, invocando il principio della tolleranza culturale, si aggrappa ad atteggiamenti che potrebbero benissimo essere considerati razzisti nei confronti degli arabi. Sulla base di una logica analoga, molta gente di sinistra si è convinta che i curdi e altri gruppi etnici non arabi del Medio Oriente non esistano.
- Molta gente di sinistra crede sinceramente che i problemi fra Israele e i palestinesi non derivino soltanto da una controversia concreta ed esasperata sui confini e il riconoscimento ma da qualcosa di più enorme, da un aspetto straordinariamente diabolico del
sionismo, che spiega quindi la rabbia e l’umiliazione dei musulmani, dal Marocco all’Indonesia. Vale a dire che molta gente di sinistra ha finito per soccombere alle fantasie antisemite sul carattere cosmico del crimine ebraico, e questa le sembra una spiegazione adeguata delle crisi sociali e politiche che prevalgono in vaste aree del globo.
- Molta gente di sinistra non riesce a vedere l’antisemitismo in altre culture, e non può quindi riconoscere a che livello dottrine di tipo nazista sul carattere cosmico del male ebraico abbiano contagiato movimenti politici di massa in larghe fasce del pianeta. E cieca di fronte al ruolo che svolge oggi l’antisemitismo in numerosi Paesi, molta gente di sinistra non riesce ad avvertire la natura fascista di una molteplicità di movimenti di massa e di partiti politici in tutto il mondo, in particolare del partito Baath in Iraq e in Siria.

Ma è possibile un’ideologia totalitarista laddove vige un regime democratico e le università sono un perno istituzionale? In Iran ciò non sembra possibile, a meno che l’attuale leader riesca a riscrivere le regole del gioco appoggiato dai capi religiosi. Le contestazioni al presidente iraniano in seguito alla conferenza negazionista di Dicembre sembra mostrare il lato moderato delle società islamiche.
Evidentemente la iniqua distribuzione dei redditi e la disparità del livello di istruzione può incidere su una visione manichea del mondo ed incitare al vittimismo. I leader religiosi a caccia di consenso hanno gioco facile nel mobilitare le masse mentre anni di guerre nella regione riescono a conferire ardore a quei popoli che devono ancora cercare un’identità.

Daniel Pipes cavalca l’onda di Berman e sostiene che per porre fine al terrorismo islamico occorre isolare le motivazioni in base alle quali il terrorismo stesso risulta essere un tratto che contraddistingue la vita musulmana. Le idee non trovano posto nella criminalità comune, che consegue dei fini puramente egoistici. Ma le idee, specie quelli inerenti un cambiamento radicale del mondo, sono fondamentali in seno al terrorismo, specie a quello suicida. A differenza di tutti gli altri, che in genere accettano la vita così com'è, gli utopisti si ostinano a volere creare un ordine nuovo e migliore. Per conseguire questo obiettivo, costoro pretendono di detenere tutti i poteri per se stessi, ostentano un agghiacciante disprezzo per la vita umana e nutrono l'ambizione di diffondere la loro visione in tutto il mondo. Esistono diversi sistemi utopistici, il fascismo e il comunismo sono quelli più importanti dal punto di vista storico, ed ognuno di essi ha causato decine di milioni di vittime. Il “terzo totalitarismo”, nato a partire dagli anni Venti, qual è l'islamismo, brevemente definito come la convinzione che "l'Islam rappresenta la soluzione" ad ogni problema sia che si tratti dell'educazione dei bambini che del fare guerra. A causa di diversi fattori, una storica rivalità con ebrei e cristiani, un dinamico tasso di natalità, la cattura dello Stato iraniano nel 1979, l'appoggio da parte dei paesi ricchi di petrolio, gli islamisti sono arrivati a dominare il discorso ideologico dei musulmani interessati alla loro identità o alla fede islamica”.

Ciò che davvero preoccupa, a mio avviso, è la ricaduta che può avere l’equazione terrorismo islamico=fascismo sugli attori e la masse della dialettica politica. Chi oggi infatti parlerebbe di “scontro di civiltà” se
Samuel P. Huntington[10] non avesse elaborato un testo sicuramente di parte ma che ha acquisito una valenza universale ed è entrata nei discorsi di chiunque voglia dibattere sull’argomento. Le teorie nascono dalla società ma hanno l’enorme potere di retro-agire su di esse ed influenzarne il corso, come un catalizzatore di eventi. Sentendosi etichettare come fascisti, i leader islamici si sentiranno giustificati e porteranno avanti le loro pretese sentendosi umiliati dalla incapacità dei “sentenziatori” di analizzare e vivere empaticamente l’atmosfera e gli umori di quei popoli, anziché biasimarli o peggio bombardarli.
Ma l’autoritarismo della “nazione islamica” è confrontabile con gli autoritarismi del passato o è qualcosa di diverso, suscettibile di ulteriori classificazioni per mezzo di nuovi strumenti concettuali?
L’autoritarismo è caratterizzato da[11]:
Pluralismo limitato. Nei regimi autoritari permane una certa dose di pluralismo politico, assai diverso da quello democratico: sono infatti attori che in qualche modo sono tollerati dal regime ma che comunque non hanno una legittimazione popolare. Nell'esperienza italiana del fascismo la monarchia e la chiesa andavano a formare proprio questo pluralismo limitato.
- Nel mondo islamico esistono stati con un diverso livello di democrazia. I leader religiosi sono legittimati senza mediazioni istituzionali dal popolo

Mentalità caratteristiche. Con mentalità caratteristiche intendiamo delle idee che legittimano il regime. Non si può parlare però di vere e proprie ideologie, in quanto il loro campo d'azione è in genere molto più limitato delle ideologie totalitarie. Generalmente si tratta di principi più o meno generali, come quello di ordine e sicurezza.
- Nel mondo islamico le idee che legittimano la “nazione” sono scritte sul Corano. Questo è oggetto di infinite interpretazioni. A livello dei singoli stati l’ideologia coranica non sempre avalla il regime al potere, soprattutto se democratico (Pakistan, Iran)

Assenza di mobilitazione politica. Il potere centrale non cerca la mobilitazione e la partecipazione di masse nella vita di regime. Questo indicatore però non è valido per tutti i regimi autoritari: i regimi autoritari di mobilitazione, come il fascismo italiano, rappresentano in questo senso un'eccezione.
- I leader islamici cercano invece a tutti i costi la mobilitazione delle masse a livello sovra-statale[12].
Leader o piccolo gruppo che esercita il potere. Il potere è esercitato in poche mani, oppure tutto nella figura di un leader.
- Nel mondo islamico vi è una pretora di attori che esercitano un potere variabile e spesso, come Osama Bin Laden sono svincolati da una connotazione statale venendo a formare una sorta di “multinazionale della rivoluzione”
Potere esercitato entro limiti formalmente mal definiti ma prevedibili. Essenzialmente siamo in assenza dello stato di diritto, con limiti mal definiti intendiamo infatti un'alta discrezionalità delle élite al potere. Tuttavia il cittadino riesce a percepire quali comportamenti saranno passibili di sanzione, ciò distingue un regime autoritario da uno totalitario, in quest'ultimo caso manca persino l'aspetto della prevedibilità.
- Anche in questo caso nel mondo islamico vi è un’ampia casistica di stati di diritto e stati retti dalla shari’a. La prevedibilità della sanzione è certa.
La diffusione sovra-statale della Jihad porta quindi all’impossibilità di individuare un nemico isolabile da parte dell’Occidente. I poteri visibili come quelli dei leader degli stati e questi ormai dispongono di un discreto livello di sviluppo economico, ingenti capitali ed armi di ricatto (come la minaccia di costruire una bomba atomica).
E’ probabile che il richiamo ai valori forti e totalitari siano sorti come reazione alla minaccia occidentale. Dalle crociate all’imperialismo ottocentesco, dalla creazione ex-novo di uno stato sovrano ebraico in pieno Islam all’occupazione dell’Iraq.
Come per i precedenti totalitarismi (sovietico e nazista) viene avanzata una esigenza di concretezza contro le astrazioni illuministiche e democratiche, intendendosi per concretezza, poniamo l’amore per la propria terra e per i propri connazionali, l’attaccamento a certe usanze, il senso dell’onore, il sentirsi completati e rafforzati da tutto ciò che è connesso con la propria origine, come la famiglia, il luogo natio, la religione avita. L’autentica verità è creata dall’azione politica. In questo senso l’ideologia, il discorso politico diventa mito, ossia favola capace di produrre effetti pratici e desiderabili. Da ciò discerne un comune negazione della ragione autonoma come strumento di controllo sulla plausibilità o meno dell’azione politica e dei suoi fini. Prende forma una vera e propria esperienza di regressione, il furore della mani sporche, di ciò che è ancestrale, della comunità[13]
.

La rivoluzione islamica, se mai sia in atto, non è di certo autoritaria o lo è in determinati luoghi. Essa è però totalitaria pur non avendo èlite di potere univoche e identificabili, bensì oligarchie mobili che portano avanti una guerriglia permanente senza schieramenti frontali per via dell’asimmetria delle risorse tra Occidente e Islam. E’ lecito pensare che il ripiegare delle attenzioni occidentali sulla regione e degli interessi sugli idrocarburi determinerebbe un’implosione socio-politica su ambienti che si reggono proprio grazie al risentimento anti-imperialista occidentale.
Con il laissez-faire il Medio Oriente potrebbe riappacificarsi e reggersi su nuove infrastrutture ideologiche ed istituzionali.




[1]
Umberto Eco a tal proposito scrive un illuminante articolo in cui si esorta l’amministrazione Bush a documentarsi con studi di antropologia culturale prima di intraprendere campagne belliche contro popoli sconosciuti , Documentarsi, prima, L’Espresso, Aprile 2003. In un altro scritto il filosofo è stupito del fatto che George W. Bush non sapesse che “le dittature producono consenso e su quel consenso si reggono” e che “se si verifica uno scontro frontale con un nemico straniero, scattano forme di identificazione con il proprio Paese” (non con il proprio dittatore). Per fare la guerra occorre cultura, L’Espresso, Aprile 2003.
[2]
I meta-programmi, secondo Robbins, sono le chiavi delle modalità con cui un individuo elabora le informazioni, moduli interni che lo aiutano a formare le sue interne rappresentazioni e a scegliere il proprio comportamento. I meta-programmi sono insomma i programmi interni di cui ci serviamo per decidere a che cosa fare attenzione. Deformiamo, cancelliamo e generalizziamo informazioni perché la mente conscia è in grado di prestare attenzione solo ad un certo numero di informazioni in un dato momento. I meta-programmi sono relativi a:
· Accostamento/allontanamento
· Schemi referenziali interni/schemi referenziali esterni
· Scelte fatte a nome proprio/scelte fatte a pro di altri
· Adeguanti/disadeguanti
· Metodo di persuasione
· Possibilità/necessità
· Stile di lavoro
Anhony Robbins, Unlimited Power, 1986.
[3]
Muhammad Abu Rumman,
Perché l’Iran è diventato una potenza regionale. 05 Novembre, 2006
[4]
“Israele presto scomparirà”, 12 Dicembre 2006 . L'Iran «rivedrà le sue relazioni» con alcuni Paesi europei se questi «insisteranno a porre ostacoli» al programma nucleare di Teheran, 05 Dicembre 2006. “L'Occidente deve rassegnarsi a vivere con un Iran nuclearizzato”, 24 Dicembre 2006.
[5]
Cari compagni di sinistra, in corso c'è una rivoluzione e non ve ne siete accorti, da Il Foglio del 03 Luglio, 2003.
[6]
Eric J. Hobsbawn, Il Secolo Breve, 1994.
[7]
Le idee offerte da pensatori e organizzatori come
Muhammad ibn Abd al-Wahhab, Shah Waliullah, Sayyid Abu'l al-Mawdudi, Hasan al-Banna, Sayyid Qutb e Rouhollah Khomeini hanno dato inizio con successo a un'offensiva contro gli approcci all'Islam tradizionali, modernisti e centristi.
[8]
Paul Berman, Terrore e Liberalismo, 2004
[9]
Paul Barman, Amici liberal, accecati dal disprezzo per Bush non avete capito che è una guerra antifascista, Corriere della Sera del 14 Ottobre 2003.
[10]
Samuel P. Huntington, Lo scontro di civiltà, 1993
[11]
Si veda
Gianfranco Pasquino, Corso di Scienza Politica, 1997.
[12] Come dimostra il recente appello di
Ayman al Zawahiri al mondo islamico di portare la jihad in Africa. 06/01/2007.
[13] Francesco Valentini, Il Pensiero politico contemporaneo, 1999.

2 commenti:

filomeno ha detto...

Testo eccessivamente lungo ma interessante

filomeno ha detto...

ciao

grazie del tuo intervento su "socialismo e socialdemocrazia".

come forte ti sarai accorto quella ML è più simile ad una lista di distribuzione che ad un luogo di dibattito .

il mio suggerimento è usarla come una sorta di newsletter per diffondere i post del tuo blog (io la uso anche così)

ciao