domenica 12 novembre 2006

2050

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Il periodo che stiamo vivendo è l’incubatore del mondo che verrà. Diversi autorevoli studiosi convergono verso una data che potrebbe schiudere un nuovo modo di concepire il mondo ed i suoi rapporti di forza, maggiormente orientati alla lungimiranza e alla saggezza. Sempre se ci diamo una regolata adesso.










Quando nel 1968 Stanley Kubrick diresse 2001 A Space Odyssey[1], ipotizzò che in tal data sarebbe accaduto un fatto sconvolgente e rivoluzionario: di ritorno dal viaggio su Giove sarebbe nato un uomo nuovo ed una nuova epoca. Sappiamo tutti com’è finita. Nel 2001 abbiamo assistito al crollo delle Twin Towers e alla fine del sogno post-storico di Francis Fukuyama[2].
Anche Robert Zemeckis in Back to the Future aveva pensato ad un futuro, in questo caso il 2015, tutto sommato rassicurante.
Star Trek di Gene Roddenberry esalta la convivenza pacifica tra popoli, la fine del capitalismo e la priorità del progresso sull’utilitarismo egoistico. Prevale la scoperta sulla conquista.
George Lucas in Star Wars ha immaginato un universo diviso e guerrafondaio. I popoli continuano ad essere in conflitto tra loro anche a livello interplanetario.

Probabilmente la realtà sarà molto diversa da quanto è stato previsto. Il 2010 non sarà l’anno del contatto con una razza aliena ma forse la data in cui gli Stati Uniti si ritireranno dall’Iraq. E il 2050 sarà l’anno del nuovo corso oppure la data del disastro.

Il 2050 sarà un anno cruciale per l’umanità e molto dipenderà dalle politiche che avremo attuato per prepararci ad esso. Costituirà una cesura del continuum storico e stravolgerà il modo in cui interpretiamo il mondo, allo stesso modo in cui il 2001 ha messo in luce le contraddizioni del precedente regime “freddo”. Dal 1945 fino al 1991, infatti, tutti i rapporti tra Stati ruotavano intorno alle due grandi superpotenze e alle loro ideologie.
Oggi abbiamo il difficile compito di risolvere problemi del tutto nuovi, a cui non siamo ancora preparati, per mezzo di vecchie infrastrutture mentali ed istituzionali.


L’establishment politico si trova a gestire tre ordini di processi.
Processi di matrice politica. Gli schieramenti partitici si polarizzeranno intorno a nuove fratture lasciando alle spalle i modelli destra/sinistra fondati sulla questione dell’uguaglianza[3], e che risentono tuttora di paradigmi ideologici ante 1989. Così accade che crisi essenzialmente ecologiche vengono gestite con vecchi strumenti bellici e diplomatici[4].
Processi istituzionali. Basti pensare all’anacronistica governance dell’ONU. Il diritto di veto riservato alle potenze vincitrici alleate non rispecchia gli attuali equilibri globali.
Processi culturali come la battaglia che bisogna intraprendere contro l’atteggiamento etnocentrico di stampo occidentale che ha plasmato le politiche europee ed americane.

A volte, come ci insegna Umberto Eco, la storia si riavvolge su se stessa
[5]. Anche questa fase storica si concluderà nella spirale hegeliana della “sintesi” come momento di equilibrio tra “tesi” e “antitesi”. E’ pressoché impossibile per un contemporaneo osservare e comprendere appieno ciò che sta vivendo ed è altresì improbabile conoscerne i possibili sviluppi. Si tratta della stessa contrapposizione prospettica tra ciò che guardiamo dinnanzi a noi e ciò che vedremmo a bordo di un aereo. Di solito, se non riusciamo ad osservare un determinato fenomeno sociale, è perché è tutto intorno. Non percepiamo i micro-cambiamenti e gli incrementi d’intensità.

Il 2001 è stato l’anno in cui è venuto a galla ciò che si sapeva dal 1989.
La questione dell’identità persiste. Nel mondo post-Guerra Fredda, le principali distinzioni tra i vari popoli non sono di carattere ideologico, politico o economico, bensì culturale. La politica al livello locale è basata sul concetto di etnia, quella al livello globale sul concetto di civiltà [6]. Le motivazioni religiose prevalgono su ogni altra spiegazione dell’ordine delle cose. La logica di Westfalia e l’imperialismo occidentale hanno fomentato spirito di rivalsa in popoli frustrati Probabilmente vi saranno molti più centri di potere e di conseguenza i rapporti tra Stati saranno modellati secondo la visione di Samuel P. Huntington: scontri ed incontri di civiltà tra momenti di equilibrio precario.
Il premio Nobel Paul Samuelson ammette che nel 2050 il PIL cinese avrà raggiunto il PIL americano, mettendo fine definitivamente al dominio occidentale sul resto del pianeta[7].
Dalla fine della Guerra Fredda non vi sono state potenze accentratrici (come l’Impero Romano) o contrapposizioni pacificatrici (come lo scontro USA-URSS). Non si sono formati nuovi centri e nuove periferie. La conseguenza è che siamo catapultati in una sorta di Medio Evo Mediale che presenta i caratteri antitetici di un medio evo occidentale con feudi e insicurezze sociali, e i risultati raggiunti dall’illuminismo: democrazia, innovazione, media, capitalismo ed istruzione diffusa.

Democrazia e sviluppo economico seguono spesso percorsi incoerenti. La democrazia non sempre aiuta a sviluppare un progetto politico lungimirante e di lungo periodo. Dove c’è democrazia, infatti, si ha solitamente un Paese economicamente sviluppato con un ceto medio progredito, gruppi di interesse e partiti autorevoli e ben radicati. Da qui l’alternanza ed il prevalere di policies di breve respiro a vantaggio di particolari gruppi o aventi l’obiettivo di rendere mansueta l’opinione pubblica. In quest’ultimo caso il governo ricorre ad espedienti quali sgravi fiscali imprudenti e proclami populistici irresponsabili.
Dove c’è autoritarismo, invece, c’è un Paese che annaspa alla ricerca di una via per uscire dal sottosviluppo. Il ceto medio, le organizzazioni civili, e quindi lo sviluppo economico e sociale sono ancora deboli. L’oligarchia al potere dirige la crescita con pugno di ferro con lo scopo di ottenere alti tassi di crescita nell’immediato, a danno dell’ambiente e della sicurezza dei lavoratori.

Contemporaneamente i figli della ripresa economica del secondo dopo-guerra, i baby-boomers, andranno in pensione
[8]. I Paesi che maggiormente hanno goduto negli ultimi sessant’anni si ritroveranno in mano una bomba ad orologeria. I bassi tassi di natalità e di ricambio intergenerazionale provocheranno un corto circuito: pochi figli poveri finanzieranno le pensioni di moltitudini di padri benestanti.

Il WWF sentenzia che le risorse del pianeta si esauriranno entro il 2050. Per la metà di questo secolo, secondo uno studio della Commissione europea, il riscaldamento climatico potrebbe trasformare il mare del nord nella nuova "riviera" e ridurre il Mediterraneo in un'area torrida, con conseguenze drammatiche per il turismo e l'economia di Italia, Grecia e Spagna
[9]. Jeremy Rifkin evidenzia che la produzione mondiale di carne raddoppierà entro il 2050. Le terre occupate dai pascoli occupano oggi il 26 per cento della superficie terrestre non ricoperta dai ghiacci, oltre un terzo delle terre coltivabili è sfruttato oggi per produrre cereali per gli animali anziché per gli uomini e il bestiame genera il 18 per cento dei gas di serra. Tutto ciò fa sì che molte delle popolazioni più povere del mondo sono state confinate in terre marginali, un fenomeno che ha reso sempre più difficile per milioni di persone assicurarsi anche il più modesto apporto calorico quotidiano.
Per rimediare occorre che la politica del free rider dia spazio ad un nuova idea di maturità non più connessa al successo economico ed allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, bensì collegato all’ideale del benessere globale. Per il momento si potrebbero calcolare i cambiamenti climatici e le devastazioni umane sulla natura in termini di diminuzione del PIL[10].

Intorno alla metà di questo secolo la produzione di greggio terminerà [11] e le scorte riusciranno a compensare solo per qualche anno ancora le esigenze del sistema economico mondiale. Senza alternative si andrebbe verso uno scenario apocalittico post-nucleare ma con città ancora integre. Sicuramente nell’approssimarsi del punto di non ritorno, un uomo politico particolarmente illuminato a capo di una Stato o di una configurazione politica periferica dal punto di vista energetico come l’Unione Europea, porrà al primo posto della propria agenda il tema della rottamazione di tale regime economico fondato su così fragili palafitte energetiche. Dagli idrocarburi si opterà per una inedita forma di autarchia energetica strutturata sulle forze della natura inesauribili (come vento e maree), sulle nuove fonti pulite e sicure (come l’idrogeno), e su vecchie soluzioni implementate da nuove acquisizioni tecnologiche (come l’elettricità o olii vegetali).

Nel 2050 la curva demografica islamica, principale causa dei fermenti e dell’aggressività di questa civiltà assieme al risentimento anti-occidentale, raggiungerà la cima della U rovesciata. Da allora i confini saranno più sicuri. Il fronte medio-orientale non rappresenterà più un problema prioritario giacchè le nostre culture saranno già fortemente islamizzate così come gli Stati Uniti sono già largamente ispanizzati
[12]. Questo processo tendente al "melting pot" sarà però caratterizzato da scontri pesantissimi in termini di vite umane e di abdicazioni culturali. Assisteremo inoltre alla nascita di movimenti politici e civili di stampo fondamentalista improntati sulla frattura Cristianesimo/Islam.

Nel 2050 cesserà un sessantennio critico dal momento che scivoleranno sul tappeto un nucleo di tematiche che, se non saranno comprese ed affrontate con largo anticipo, possiedono alto potenziale distruttivo.
Dominati da istinti primordiali, manovriamo oggetti sensibili e letali. Lo spirito del capitalismo ha depauperato la natura con la convinzione che la rincorsa all’accumulazione personale sia un atteggiamento “furbo” o addirittura razionale [13].
Oggi le conoscenze scientifiche premettono di misurare il baratro. Alle nostre spalle il terreno si sta sgretolando. I governi e le organizzazioni interstatali devono gettare le basi per costruire un ponte che porti il mondo dall’altra parte. Nel 2051.




[1] Tratto da romanzo di Arthur C. Clarke, The Sentinel, 1948
[2] Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man, 1992. L’autore sostiene che l’evoluzione non è cieca ma segue i dettami del liberalismo spinto dalla forza della razionalità.
[3] Norberto Bobbio, Destra e Sinistra, 1994.
[4] Jeffrey Sachs, Columbia University, Ottobre 2006.
[5] Umberto Eco, A Passo di Gambero. Guerre Calde e Populismo Mediatico, 2006
[6] Samuel P. Huntington, The Clash of Civilizations and the Remarking of World Order, 1996.
[7] Paul A. Samuelson, Previsioni per il futuro in Intenazionale n. 630, Marzo 2006.
[8] Roberto Leombruni-Matteo Richiardi, La pecora nera è giovane dentro su LaVoce.info, 04/09/2006.
[9] World Wide Fund For Nature, Living Planet Report 2006.
[10] Rapporto del 01/11/2006 su Le Economie dei Cambiamenti Climatici di Nicholas Stern, consigliere di Tony Blair. Secondo l’autore il pil mondiale potrebbe calare addirittura del 20% e l'1% del prodotto economico mondiale dovrebbe andare immediatamente in spese volte a sanare le conseguenze dei cambiamenti climatici.
Alessandro Lanza-Marzio Galeotti-Edoardo Croci, Kyoto, l'importanza di guardare lontano, 24/02/2004
[11] Anche se diversi autori sostengono che le ciò è inverosimile, tra cui Leonardo Maugeri, L'era del petrolio, 2006
[12] Samuel P. Huntington, La Nuova America. Le Sfide della Società Multiculturale, 2006.

4 commenti:

mugnolo ha detto...

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